Inaugurata Ri-flessioni, mostra personale di Claudia Mangeli
L.N. - 24 settembre 2018

È stata inaugurata sabato scorso a Palazzo Libera, e sarà visitabile fino a domenica 4 novembre, la mostra personale di Claudia Mangeli. La curatrice dell’esposizione sottolinea: «Attraverso le sue opere, Mangeli racconta una dimensione intima dove, abbandonato ogni residuo figurativo, prende voce la sua continua riflessione interiore che connota le ragioni della sua pratica pittorica, inevitabilmente legata a un monologo interiore urgente»


Spiega ancora la curatrice: «Claudia Mangeli, dopo nove anni, ritorna a Palazzo Libera con una personale che mette in luce come il suo essere artista sia distinto da una ricerca e da una sperimentazione incessante il cui risultato oggi, approda a un linguaggio indiscutibilmente connotato da un rapporto primario con la pittura, da una relazione fisica con i materiali, con i supporti, con il colore.

Ri-flessioni, titolo scelto per la mostra, ben si presta all’analisi della sua opera. Riflettere deriva dal verbo latino reflectĕre. È composto dal prefisso re- che significa rivolgere indietro e da flectĕre che vuol dire piegare. In fisica la riflessione consiste nel rinviare, da parte di una superficie, un flusso di energia che la colpisce. Dal punto di vista intellettuale la riflessione è il rimandare indietro il pensiero a qualcosa, riconsiderandolo, ripensandoci e meditando con attenzione.

Claudia Mangeli attraverso le sue opere racconta. Racconta una dimensione intima, dove, abbandonato ogni residuo figurativo, prende voce la sua continua riflessione interiore che connota le ragioni della sua pratica pittorica, inevitabilmente legata a un monologo interiore urgente. Prevale in lei una disposizione mentale estranea al contesto visivo della realtà, è piegata, e quindi flessa, verso il proprio io. Se in un primo momento la sua indagine era fortemente legata alle potenzialità del colore, ora siamo condotti verso un carattere più specifico del suo fare arte.

La sperimentazione cromatica e il segno, unitamente al ritmo del suo apparire, sono simboli, attraverso i quali sembrano concretizzarsi gli aspetti multiformi del pensiero e del suo accadere, senza necessariamente obbedire alle regole tradizionali della composizione. Siamo di fronte a una sorta di codice interno, fatto di segni elementari, linee verticali, oblique, orizzontali che si muovono ripetute in sequenza sulla superficie della tela, ogni volta diverse, mai grafiche, perché tracciate a mano libera e, proprio per questo, rivelatrici della parte emotiva e tutta umana del gesto. Linee continue, avvolte su se stesse che, a seconda delle caratteristiche percettive di ciascuno, attraggono o respingono. Linee spezzate, liquide o dissolte in punti ripetuti.

Nel seguire la direzione del proprio impulso, Claudia dà forma sulla superficie pulita della tela alla sua composizione, secondo un ordine sistematico che è vera e propria astrazione metaforica della sua istintività. In un secondo momento, sovrappone con le mani e con i pennelli il colore, la cui densità e cromia sono frutto ancora una volta di una corrispondenza costante con il suo moto interiore. Il colore perde ogni funzione illustrativa. Una volta steso, copre la creazione, cancellando completamente ciò che è stato tracciato. Acquista così un'importanza rilevante il gesto, dettato da emozioni profonde che riattivano, inevitabilmente, ricordi. Una forma espressiva che indica la palese volontà di trasmettere il bisogno di agire con un’intensa partecipazione fisica. Partecipazione che coinvolge anche il supporto, tramutato in sfondo interattivo e portante.

Con le sue specificità, con la sua consistenza, ogni tela, caratterizzata da una diversa trama segnica e coloritura, non è privata della sua memoria e mostra le sue pieghe, funzionali anch’esse alla creazione. Alla memoria del supporto, alla sua scansione spaziale, Claudia affida l’andamento delle sue tracce segrete, dando un significato profondo all’accadimento pittorico nel suo compiersi. Le interruzioni del ritmo, gli spazi vuoti indicano che l’azione è in pieno svolgimento e che anche l’errore è contemplato, quindi accettato.

Sul colore steso viene poi applicata una seconda tela che, con la tecnica dello strappo, tipica del restauro, viene sollevata, restituendo in questo modo una composizione dove la successione dei passaggi è sovvertita: su un nuovo supporto il colore diviene sfondo, simbolicamente piatto, per quelle linee e quei segni che ora ricompaiono.

“(…) Sfondo piatto … e pensandoci bene avevo voglia di un colore silenzioso, volevo una tregua tra la superficie del quadro e il mio corpo”. Si tratta di una sorta di astrazione provocatoria: le dimensioni della tela contengono il corpo dell’artista “La tela è sempre 160x160 cm, anche se ho ridotto il telaio a 130x130 cm, un quadrato che mi contiene (...) , io ci sto proprio bene in quella misura”. Sulla tela si ri-flette un tempo infinito, è luogo epifanico in cui l’artista coincide con l’azione.

Di dimensioni più ridotte, le opere goffrate sembrano dar voce a un tempo altro, in cui il percorso maturava. “La linea... già quella linea che nella tesi di laurea ho maltrattato, perché era l’unico modo per difendere il colore, togliendo di mezzo ogni intermediario, l’ho tirata fuori (…)”.

Ci colpisce il bianco come un grande silenzio assoluto. Claudia sceglie un’onda cromatica che ri-flette e somma in sé tutte le altre, per rappresentare quel tempo interiore che precede il cambiamento, per esprimere quella luce che deriva dalla consapevolezza-consenso, dalla lucida presa d’atto. In quello spazio bianco, lievi sagome si muovono, eleganti nella loro proiezione. Trame geometriche di linee e minuti oggetti, disposti a maglie regolari, hanno lasciato la loro impronta sulla candida carta, una volta passata la pressa. Spessori e increspature, rughe e dislivelli ri-flettono la consistenza dei volumi dai quali hanno preso vita, come pulsazioni flettono la superficie. Il lungo esercizio interiore ha lasciato la sua traccia.

Nel gioco fra ciò che emerge e l’ombra residua, si esprime lo sfondo, … e il piano sembra perdere significato. È dalle situazioni più libere che talvolta possiamo percepire nuove verità interiori».

 

Claudia Mangeli

Bresciana, nata sotto il segno dell’Arte. Determinata, poliedrica, intuitiva. Dalla sua città, Brescia, porta nel cuore i sentimenti, dalla sua adolescenza la creatività. Giovanissima si trasferisce ad Arco in Trentino, frequenta l’ambiente artistico attivo sul territorio, entra in contatto con il maestro scultore Renato Ischia che la introduce nel gruppo “Arti Visive” di Arco (TN). Le mostre a cadenza annuale, organizzate dal gruppo e alle quali la Mageli partecipa costituiscono una coinvolgente e produttiva esperienza che, dal 1987, si protrae fino al 2002 anno in cui inizia il suo percorso di studio presso l’Accademia di Belli Arti “G. B. Cignaroli” di Verona, docente Prof. Renzo Margonari, nel 2008 la laurea. La brillante tesi presentata, “ Malinconia del colore”, è la soglia della consapevolezza artistica, oltre quella porta la pittura scaturisce in rielaborazioni d’energia vitale, complesse “situazioni cromatiche” intrise di passione, vita, amore. Emozioni portate al massimo livello dal suo vivere in parallelo l’intensità dell’Arte, nel mistero dell’ispirazione/creazione, è la normalità di essere donna, moglie e madre di una splendida bambina. Il vero della vita nella verità del colore.

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