Il paesaggio terrazzato Uccello S. Maria Assunta
Attilio Lasta. Recondite armonie: la pittura come misura di una vita
Mostra
A cura di: Comune di Villa Lagarina
Palazzo Libera
Via Garibaldi, 12 - Villa Lagarina
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Da sabato 21 novembre
a domenica 6 marzo 2016

A 40 anni dalla morte (1975) e a 130 dalla nascita (1886) del pittore lagarino, la mostra a cura di Mario Cossali vuole restituire la ricchezza e la complessità di un lungo itinerario artistico in un contesto che vede intrecciati stimoli culturali europei con una vicenda umana legata profondamente alla particolarità del territorio. Inaugurazione sabato 21 novembre 2015 alle 18:00. ATTENZIONE: mostra prorogata fino a domenica 6 marzo 2016



PROGRAMMA

21 settembre 2015, ore 18.00: inaugurazione della mostra

11 dicembre 2015, ore 18.00: presentazione del catalogo

 

ORARIO

mercoledì, giovedì, venerdì 14.00-18.00
sabato, domenica, festivi 10.00-18.00
ingresso libero e gratuito

Per visite guidate alla mostra contattare l'Ufficio cultura comunale scrivendo a cultura@comune.villalagarina.tn.it oppure telefonando allo 0464 494202.

 

Recondite Armonie

di Mario Cossali

“Mentre in alcune aree italiane la geografia del divisionismo ha messo in luce la presenza di gruppi sufficientemente omogenei di artisti impegnati nella ricerca scientifica sul colore diviso… in altre regioni il diffondersi della pratica divisionista, almeno nell’accezione scientifica che serve tutt’ora a distinguerlo da improvvisazioni o tirocini di scarso rilievo, fu sporadico e limitato a pochi casi significativi, che non ebbero per lo più gran seguito…” Così scriveva Gabriella Belli nel 1990 e così proseguiva: ”Nel gruppo di questo divisionismo anche tardivo si possono annoverare pittori di buona statura artistica che … ebbero però frequentazione occasionale con la poetica divisionista… Altra vitalità nell’adesione ai principi scientifici del movimento ebbero invece artisti, forse meno noti, come Angelo Torchi, Flavio Bertelli, Baldassarre Longoni, Carlo Cressini, Attilio Lasta, Vindizio Nodari Pesenti, che ritroviamo tra gli espositori delle principali mostre nazionali della fine Ottocento, a fianco dei più famosi protagonisti del Divisionismo…”

Partiamo da qui, da questo chiaro riconoscimento critico, per addentrarci nel mondo di Attilio Lasta, una vita e un’avventura artistica contrassegnate da tre punti di incontro fondamentali: Segantini e il suo mito (“Noi saremo l’ultima luce del tramonto e saremo dopo una lunga notte, l’aurora dell’avvenire”. Queste parole di Giovanni Segantini possono essere riferite non solo alla sua pittura che inaugurava una nuova stagione dell’arte europea, ma anche ai fermenti culturali e sociali della nuova epoca.), la Grande guerra con la sua sospensione delle storie individuali (Paradossalmente Attilio Lasta guardava al suo arruolamento e servizio nell’esercito austroungarico, prima a Bolzano, per poco, quindi in Galizia e poi a Wels nell’Austria superiore, con una puntata sul fronte alpino occidentale dell’Ortles, in qualità di Kriegsmaler, nel Kriegsgeschichtegruppe a cui era stato affidato il compito di illustrare le imprese dei Landesschützen, come al miglior periodo della sua vita, non credo soltanto per il fatto di non essersi trovato in situazioni pericolose ed estreme, ma anche per il fatto di esser stato in buona compagnia e di aver fatto tante significative conoscenze) e il legame ancestrale con il luogo nativo (la sua vita a Villa Lagarina si snodò sui sentieri di una convinta partecipazione alla vita della comunità; la sua cantina era sempre ben rifornita; la sua religiosità era profonda, finanziò la pubblicazione di una storia dei parroci della Pieve; la passione della caccia lo accomunava ai paesani ma anche a Riccardo Zandonai). Questi tre momenti fondamentali della sua vita corrispondono ad altrettante accensioni del suo spirito ideativo e ne caratterizzano dal profondo la visione pittorica.

Se teniamo fermi questi tre assi, ci rendiamo conto che non possiamo più parlare di un primo e secondo Lasta, di un pittore paesaggista e di un pittore di nature morte, ma di un intreccio creativo influenzato da motivi differenti e in fin dei conti convergenti. Infatti, l’evidente influenza della figura di Segantini, e in generale dell’ambiente milanese ancora segnato dagli epigoni della Scapigliatura, va di pari passo con particolari fascinazioni legate alle figure di Eugenio Prati, Bartolomeo Bezzi, Luigi Bonazza, Guglielmo Ciardi e, frequentandone i corsi rispettivamente a Milano e a Venezia, a quelle già accademiche di Cesare Tallone e di Ettore Tito, senza dimenticare che la natura morta era già stata da lui, affrontata in alcune prove giovanili e ritornerà con sicurezza di impostazione nuova proprio alla fine del conflitto mondiale, non interrompendo peraltro il ciclo paesaggistico prevalente, legato soprattutto alla perlustrazione intima del territorio più caro.

In ogni caso il pittore di Villa Lagarina attraversa con algida serenità le varie fasi della sua vita artistica, sempre alla ricerca di un luogo definito dell’animo, sia esso la grande montagna nel rosa del tramonto, sia la torre della cittadina di Wels nell’Austria del suo servizio militare, sia i cimiteri e le piccole chiese dei suoi itinerari di pietà, come la freschezza della sua frutta e dei suoi vetri trasparenti.
In ognuno di questi luoghi che hanno originato le sue visioni egli ha cercato luce ed equilibrio, lasciandosi alle spalle ogni trappola sentimentale e nostalgica, anche se, è pur vero, che a un certo punto della sua vita operò una sorta di scelta definitiva nella direzione più domestica e più acquietante, alla soglia dei cinquant’anni. Non smise però in seguito anche ripetendosi di ritornare su alcuni paesaggi , specialmente quelli legati alla sua piccola Heimat e alle sue passeggiate.

Speculare a questo discorso può essere anche uno sguardo sui suoi rapporti con gli altri artisti, molto più intensi di quanto possa apparire dal ritratto, che pure ha il suo fondamento, di un Lasta appartato e solitario, riservato e chiuso nel suo studio. A parte le vivaci frequentazioni degli inizi con capesarini e buranelli come Umberto Moggioli e Luigi Pizzini, quella straordinaria con Luigi Ratini, da lui definito valente maestro e amico affezionato, testimoniata dai suggestivi ritratti del Lasta che in tempi diversi questi andò eseguendo, anche con Fortunato Depero non mancò un affettuoso legame. Non si possono poi tralasciare i confronti con i giovani artisti anche nell’ultimi periodi della sua lunga esistenza.

Dopo la guerra Attilio Lasta si ferma nel suo borgo, partecipa a mostre collettive, per lo più alle cosiddette sindacali ed espone i suoi lavori in due sole mostre personali per arrivare ormai in tarda età, qualche anno prima della morte, a due grandi antologiche organizzategli dalla sua gente a Villa Lagarina. Molti anni dunque di vero e proprio ritiro, per quanto operoso, che viste le premesse e le relazioni precedenti, non era certo prevedibile, ma anche un ritiro strategico, di concentrazione e di meditazione, di consolidamento delle radici e di affinamento dello sguardo, che finisce, anche non totalmente, per concentrarsi su quella che lui amava chiamare natura silente.

“Il Lasta è fedele alla vecchia cara realtà, però sotto il tocco delle sue espertissime dita l’oggetto sembra trasfigurarsi, smaterializzarsi, acquistare un’anima propria e di essa vibrare e far vibrare. I suoi piatti di cristallo restano pur sempre piatti di cristallo, i suoi panneggi panneggi e le sue pesche pesche, però l’artista pare infondere nel loro interno e quasi comunicarvi una tal carica di luce che irraggiando si rifrange e brilla in un gioco intensissimo di iridescenze che fanno atmosfera e stato d’animo e vera creazione d’arte”. Così si esprimeva molti anni fa (1967) Alverio Raffaelli, troppo dimenticato intellettuale contadino, in un articolo sul giornale l’Adige che descriveva una sua visita alla casa-studio del pittore.
Le parole di Raffaelli conservano un vigore attuale e ci permettono di tornare sul nostro ragionamento iniziale e cioè sull’unitarietà di un percorso creativo che ha sempre cercato nel motivo della luce l’ispirazione tecnica e la spinta spirituale per affrontare sia il tema del paesaggio che il tema della natura morta, sempre appunto trasfigurando e sempre ricercando, quasi come un mantra, il linguaggio della luce e delle sue trasparenze.

Poi bisogna anche smitizzare la leggenda del suo isolamento intellettuale, perché artisti storici scrittori erano di casa nel suo studio, spesso suoi ospiti ed anche le sue letture e la sua biblioteca riflettevano una personalità curiosa, attenta e colta, spaziando dalla storia alla musica, dalla letteratura alla poesia. La sua calda amicizia con Riccardo Zandonai, contrappuntata da una corrispondenza significativa, legata ai loro incontri e alle produzioni di entrambi, ne è chiara testimonianza.

“Recondita armonia di bellezze diverse!... L'arte nel suo mistero, le diverse bellezze insiem confonde...” così canta Mario Cavaradossi nelle prime battute della Tosca di Giacomo Puccini. Mario Cavaradossi è un pittore e il significato di queste parole ben si addice al nostro, perché nei suoi paesaggi e nelle sue nature morte, ora con la pennellata rigorosamente divisionista ora con quella fluida e sciolta, fino al colore nitido e preciso, altro non cerca che il segreto che ogni visione contiene, consapevole che solo l’arte sa coltivare il mistero della bellezza nella sua irrimediabile diversità da ogni nostro passo, da ogni nostro gesto, da ogni nostro pensiero.

La mostra che abbiamo organizzato per questo anniversario, a 130 anni dalla nascita e a 40 anni dalla morte di Attilio Lasta, dopo lo studio appassionato e filiale di Elio Baldessarelli e la preziosissima ispezione storico-critica portata a termine da Teresa Radoani, dai quali non si può in alcun modo prescindere, dopo gli approfondimenti fatti negli anni scorsi sui paesaggi, sulle nature morte e sul passaggio dal divisionismo alla natura morta, che sono stati al centro delle mostre del 1987, curata da Michelangelo Lupo, del 1995, curata dal sottoscritto, e del 1998, curata da Maurizio Scudiero, vuole restituire al giudizio della critica e del pubblico un ritratto unitario dell’artista, valorizzando al meglio il complesso della sua opera all’interno di un contesto culturale e stilistico coerente con le premesse generali tratteggiate.
Nei paesaggi e nelle nature silenti di Attilio Lasta non c’è solo il ritmo di una pittura maturata tecnicamente con indiscutibili risultati, c’è anche il fremito di un’espressione creativa originale che va colta in tutto il suo spessore lirico ed inventivo, distinguendola da una pittura di maniera, di facile seduttività.

 

INFO:
Comune di Villa Lagarina
cultura@comune.villalagarina.tn.it
0464 494202

 

 

 

File allegati:
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